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Per una Nuova Fame di Notizie. Come Cucinarle

Se ne parla da un po’, ma quando arriva l’estate, quando i giornali si leggono ancora meno, scoppia la diatriba sul giornalismo e sulla sua fine. Vedi Piccinini (Fanpage) e la piccata risposta di Zambardino (Wired).

Dato che la dieta mediatica è importante quanto quella alimentare, vediamo cosa deve inventare un editore, nei panni di un ristoratore, per vivere in questo tempo digitale.
Sono cambiati gli strumenti, i tempi e metodi di cottura per preparare i piatti (le notizie), ma non la regola più importante: il saper fare del cuoco per produrre nuove cose e per incontrare i nuovi gusti a un costo sostenibile.
La competizione è infernale. Il cibo è sempre lo stesso, solo che prima il piatto, ossia il contenitore, arrivava solo da pochi ristoratori (editori). Oggi è sotto gli occhi e nelle mani di tutti. Ora che tutti hanno gli strumenti nelle mani, tutti si sentono cuochi.

Piccolissimi cuochi che abbattono costi e sono i più veloci nell’adattarsi al gusto del pubblico, scatenato dalla mania del modello fast food, quello che soddisfa il bisogno di sapore immediato, non di ingredienti utili alla crescita.
Pochi meritano apprezzamenti ma in ogni caso non lo decide più il ristoratore ma il pubblico, ossia coloro che consumano questo servizio.

Come hanno reagito finora?
Finora i ristoratori hanno deciso di far entrare il pubblico nei siti, sfamarlo d’informazione e farsi pagare dalla pubblicità (e in qualche caso da sovvenzioni statali).
Le porte d’ingresso sono due: la principale (home page) per i clienti fedeli o che hanno niente da fare in quel momento e guardano distrattamente; e altri che attratti da un link sui social siedono direttamente al tavolo, consumano e vanno via senza passare dall’ingresso.

Alcuni ristoratori hanno adottato un modello di scarso successo, se non addirittura contro-producente, il paywall. Ossia un cancello all’ingresso che consente solo ai paganti l’accesso al sito, dopodiché c’è “all you can eat”, piaccia o non piaccia il menu del giorno.

Non funziona per vari motivi, tra i quali:
– La news è un bene esperienza. Deve essere prima consumata, poi se ne può valutare la qualità/utilità. Pertanto il paywall che si presenta dopo poche righe non funziona.
– Perché pagare adesso se in qualche modo, legale (con rassegne stampa) o illegale, dopo pochissimo tempo si potrà accedere all’informazione?
– La news, a differenza della musica, ha l’unicità della fruizione. Nel senso che una volta consumata, non “serve” più, mentre la musica o i film sono un valore storico per gli archivi personali.
– Infine, è evidente, l’esclusione ha effetti molto negativi sulla pubblicità.

Ma tu, cuoco, fai ancora qualcosa di buono?
Pare che tu proponga solo video precotti che copi dagli altri, molto diverso dal buono e unico che un tempo sapevi fare.

Una proposta per l’editore: metti in spalla una videocamera ai tuoi giornalisti più rappresentativi. I video sono la parte più importante delle visite del pubblico. Bisogna ricreare quindi la scarsità, in particolare di multimedialità di qualità.
Alcuni dati:
1. Per il dominio della TV (ossia dei video) sulla popolazione italiana che si riverbera sulla pubblicità in Italia.
2. Guardiamo inoltre all’analfabetismo funzionale, il 47% degli italiani, dice Tullio De Mauro, quindi leggono con difficoltà, ma vedono video.
3. Aggiungiamo il fatto che le persone, almeno quelle più giovani non vogliono leggere, e altre hanno meno tempo.
4. Per il successo di TED e di Youtube e di Istagram. Servono i giornalisti, sia per introdurre con le interviste, fatti, opinioni, contradditorio. Se un’immagine vale mille parole, un’immagine con una storia ne vale un milione.
5. Dicono gli scienziati che processiamo le immagini 60.000 volte più velocemente del testo.
6. Morgan Stanley afferma che i video arriveranno a breve a occupare il 70% del traffico Internet. E si prevede che la metà dei link da Google arriverà dalle immagini.
7. Per ogni minuto, ci sono 1,3 milioni di video visualizzati su YouTube (e 30 ore di video caricati). Youtube è certamente un editore, e leader indiscusso nei video.
8. Il mercato Video italiano:
Source: comScore Video Metrix, IT, Settembre 2013
A Luglio 2013, 27,5 milioni di persone (di cui più di 10 milioni via smartphone) hanno guardato 5 miliardi di video online.
9. Fare un video costa meno di prima. L’immagine rimane più del testo.
10. Si sta molto alzando l’audience di quelli che vedono i video, si sta stabilizzando quella di chi legge gli articoli testuali.

Non si può lasciare a Youtube il dominio nella distribuzione. Si devono produrre all’interno delle redazioni, oggi la differenza, enorme, è che con Youtube non si può interagire. Con un editore SI.

Non aver agito finora è un retaggio della cultura monodirezionale della carta.
Il giornalismo non è mai stato stampare articoli, ma connettere persone nei gruppi, lettori nelle comunità.
Ora siamo nella rete, pertanto viene prima la partecipazione il giornale deve diventare un hub. Chi produce informazione è un agente sociale, e l’editore deve saper svolgere un ruolo culturale politico e sociale.
Un buon piatto connette il business della ristorazione con il cliente per mezzo dell’arte del cuoco, che bisogna pagare. Queste sono cibi che avranno sempre un valore nutritivo, sempre un prezzo da pagare.

Twitter: @massimochi