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Man is a bubble, and all the world is a storm

Bubbles

È nella natura umana, da sempre, scegliere il gruppo cui appartenere. Un tempo si faceva la selezione tra gli alleati e i nemici per afferrare le prede. Poi l’economia ci ha costretto a distinguere tra partner e concorrenti per conquistare i clienti.

In altre parole, prima c’era il bisogno di conoscersi, poi di condividere quello che si intendeva fare. Ora con la rete si comincia con il condividere tutto, poi si cercherà di fare (e conoscere).

Chi guarda dall’esterno la rete pensa che il singolo sia sopraffatto dal gruppo e si lasci trascinare da questo perdendo la sua identità, come il titolo del post lascia supporre. Ma se si osserva dal di dentro questo tempestoso mondo digitale vediamo dinamiche molto intense che hanno creato moltissimi gruppi, wikis, ambienti di gioco e mondi virtuali. Quindi è il contrario: oggi si sceglie il proprio gruppo tra le migliaia disponibili, secondo un interesse da perseguire.

È un concetto contro-intuitivo: la grande numerosità delle persone sui media sociali è un fattore disaggregante degli interessi personali piuttosto che una omogeneizzazione dei comportamenti. Così non si sa esattamente dove l’attenzione dei singoli gruppi possa indirizzarsi, essi sono molto specializzati e decidono in un momento quando e come esprimere il loro parere e richieste.

Nei sottogruppi si consolidano passioni e bisogni. Chi deve vendere deve andare alla ricerca di queste, e i più bravi cercano di anticiparli e addirittura crearli.

Di certo la noia è sconfitta, tutto intorno a noi attira interesse, anche troppo. Come ogni genitore può dimostrare, i ragazzi, fin dal tempo della scuola elementare, fanno parte di una generazione di peer network. Hanno già una forma mentis in termini d’interessi sociali e strumenti per raggiungere i loro obiettivi. Tale interazione è sempre più crescente, travalica muri, confini e ogni ostacolo –fisico- che si frappone tra loro. Tra quante sono le persone e qual è la distribuzione degli interessi non è possibile determinare il mix risultante: ossia come cambia il tipo di convivenza.

Internet si differenzia dagli altri media perché abilita l’interazione sia tra le persone sia tra le informazioni stesse. Un errore comune è considerare questo nuovo modello in rete come “giusto” e il precedente paradigma “sbagliato”: infatti ogni gruppo funziona se i membri cercano di dare più di quel che prende. In tal modo essi contribuiscono, ognuno con le proprie capacità, all’obiettivo condiviso.

Così lo scambio è favorito da questo strumento 2.0 e genera il valore reale dell’effetto rete. La partecipazione online non è per nulla virtuale, anzi la più grande difficoltà è riconoscere e distinguere sempre ciò che si fa in rete (partecipare, scrivere, etc.) da quello che si è realmente.

Questi pochi decenni di media di massa non possono aver cambiato la storia dell’uomo, e infatti ciò che non cambia è l’etica dello scambio reciproco. 

Twitter: @massimochi

PS. Il titolo è di Jeremy Taylor, 1651.