La fine dell’alternativa “Make or Buy”. Ora c’è il “Rent”

Il modello economico formalizzato da Ronald Coase nel 1937 postulava che ogni impresa potesse razionalmente decidere se internalizzare la produzione (make) o rivolgersi al mercato (buy) basandosi sull’analisi dei costi di transazione. Nell’attuale economia immateriale ad alta intensità computazionale questa facoltà di scelta è divenuta una chimera. L’opzione di costruire internamente una soluzione tecnologica competitiva, definita on-premise, rappresenta oggi un’ipotesi economicamente insostenibile e tecnicamente impraticabile per la quasi totalità degli attori economici. Le imprese si trovano costrette per necessità strutturale, e non per libera determinazione strategica, ad affittare servizi in modalità in affitto (rent, as a service). È un vincolo sistemico che riduce il raggio d’azione imprenditoriale e trasforma il capitale produttivo in spesa corrente operativa.

La radice del problema risiede in una concentrazione di potere industriale priva di precedenti storici. L’offerta di infrastrutture abilitanti, intesa come potenza di calcolo per l’intelligenza artificiale e capacità di memoria, si è contratta fino a cristallizzarsi in un oligopolio globale. Le condizioni per le imprese a valle peggiorano poiché esse rimangono schiacciate tra l’aumento dei costi dei servizi, l’indeterminatezza dei tempi di approvvigionamento e l’impossibilità tecnica di trovare alternative nel breve termine, un fenomeno noto come lock-in tecnologico.

Il dibattito pubblico tende a focalizzarsi solo sul potere di vendita monopolistico, ignorando tuttavia l’insidia ancor più profonda del potere di acquisto. I grandi acquirenti esercitano una pressione massiccia sui fattori produttivi a monte prelevando dal mercato, in blocco e in anticipo, la quasi totalità della capacità produttiva di hardware ad alte prestazioni, firmando contratti di esclusiva per le risorse energetiche e attraendo il talento tecnico dalle accademie. Nel linguaggio economico questo comportamento rende la curva di offerta dei fattori produttivi rigida e inaccessibile per qualsiasi altro operatore di mercato. Si configura una situazione in cui la quantità offerta di un bene strategico non è disponibile per i nuovi entranti, indipendentemente dal prezzo che essi sarebbero disposti a pagare.

Dal lato della domanda, qualora una startup volesse oggi costruire la propria infrastruttura per proteggere il segreto industriale o i propri dati, troverebbe il mercato degli input bloccato all’origine. L’avversa condizione è determinata dalla scarsità artificiale delle componenti e dalla speculazione che ne consegue, poiché l’oligopolista ha di fatto prenotato il futuro tecnologico. L’obbligo dell’affitto implica la cessione della proprietà degli asset e della sovranità gestionale e nazionale. Se l’alternativa di ricreare il bene internamente è tecnicamente irrealizzabile il mercato cessa di funzionare come meccanismo di allocazione efficiente e si scivola verso un nuovo tecno-feudalesimo dove si paga un tributo perpetuo per l’accesso alla terra digitale.

Per riattivare le dinamiche competitive è necessario intervenire urgentemente su più direttrici parallele. Una via percorribile consiste nel dare seguito alla creazione di un’entità sovranazionale che fornisca potenza di calcolo come bene pubblico, una sorta di CERN per l’intelligenza artificiale che garantisca a startup e imprese l’accesso a risorse che il mercato privato ha sottratto alla circolazione, riducendo così la dipendenza strategica dai provider extraeuropei. Risulta inoltre indispensabile incentivare un’interoperabilità totale tra i fornitori di servizi cloud affinché i dati e i carichi di lavoro possano essere migrati senza costi di difficoltà tecnica o penali economiche occulte.

L’antitrust tradizionale agisce con troppa lentezza sanzionando comportamenti passati (ex-post), mentre serve un approccio preventivo (ex-ante) poiché senza un’allocazione efficiente delle risorse si rischia, per definizione, la continuità operativa del tessuto imprenditoriale. Occorrono misure che prevengano l’accumulo predatorio di hardware critico da parte di singole entità e obblighi di riserva per garantire che una quota della produzione globale di semiconduttori rimanga accessibile a condizioni eque. È necessario un intervento politico sulla disponibilità degli input fisici, altrimenti il libero mercato rischia di diventare una finzione retorica, perché senza accesso primario all’hardware non vi può essere concorrenza né nel software né nei servizi per le nostre imprese.