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Confessione di un killer dell’informazione

Poniamo il caso di
un informatico che lavori per una multinazionale, con la voglia di crearsi una doppia
vita
da collaboratore esterno di un giornale.

L’editore è ben
contento di ricevere articoli e conseguente traffico online da rivendere alle
agenzie pubblicitarie, tanto il costo di ospitalità è quasi nullo. Anzi, è un
magnanimo che dona visibilità agli aspiranti, ma dovrebbe accettare tale
collaborazione a titolo gratuito? 

No. Vediamo
perché.

Ci sono tre fattori che costituiscono un’impresa: 

- le risorse materiali (persone, capitali, infrastrutture, etc.)
- immateriali (relazioni, conoscenze, etc.)
- e l’organizzazione (il modo in cui si prendono le decisioni).

Il compito dell’imprenditore è allineare queste risorse verso l’obiettivo prefissato. In
particolare, con questa economia di rete, deve contemperare diversità e coordinamento. Diversità, perché in una rete è necessario scegliere persone
con ruoli diversi e con diverse caratteristiche. Coordinamento, perché
l’obiettivo deve essere condiviso.

Inoltre sbaglia
perché l’editore che accetta questa offerta si muove dal modello più professionale
al “basta che ci sia traffico”, ossia
“all you can read”.

Infatti non si
rende conto del ”Principal-agency
problem
”, cioè quando gli interessi del collaboratore divergono
completamente dalla linea editoriale, pregiudicandola per via dell’eterogeneità
nella qualità dei contenuti.

I giornali, ma non
solo loro, hanno bisogno di vendere di più per sopravvivere. Ritengono che ci
sia un calo della domanda d’informazione, invece è più probabile che ci sia un
problema di qualità dell’offerta che scarseggia. Sperimentiamo ogni giorno che
con Internet la domanda e l’offerta d’informazione sono sempre più
interdipendenti. 
Il numero delle
tirature è una conseguenza: gli affari non arrivano se –prima- non si costruisce
una rete, una comunità di individui con interessi condivisi. 
Ma se l’editore
pensa che sia solo un modo di abbassare i costi rischia grossi guai.
 

Per essere più
chiari: l’azienda informatica non consentirebbe mai a un giornalista con la
passione per i computer di scrivere software per conto e per nome del suo brand.
Anche se è bravo e lo fa a titolo gratuito.

Chi ricerca
informazioni, le elabora, e dopo molti controlli (fact checking
le mette a disposizione degli altri ha un ruolo importante che
richiede professionalità.

La professionalità:
se c’è, bisogna ripagarla, e non solo in senso economico, così ci si allinea
meglio all’obiettivo dell’editore; se manca si deve rifiutare la collaborazione. 
Perché i danni di
un malfunzionamento di un software per l’utilizzatore o, ancor peggio, delle
cattive informazioni per la collettività, sono gravi e non valutabili a priori.

Un killer è pagato
per eseguire un compito ricevuto dal mandante; quando è cooptato e non pagato
fa solo danni a caso. Nella metafora editoriale, non raggiunge mai i lettori,
anzi, danneggia se stesso e addirittura il suo mandante.

Twitter: @massimochi