L’informazione fa il bene (dell’Italia)

La nostra nazione è sempre stata poco avvezza alla produzione a volume, alle lavorazioni con la catena di montaggio. Non è da noi produrre oggetti del tutto sprovvisti d’informazioni, cioè operare nel mercato commodity, dove siamo determinati dal costo. In particolare, con il welfare e la burocrazia, i costi di produzione sono proibitivi: siamo fuori mercato perché non possiamo alzare il prezzo di beni intercambiabili, che sono appunto quelli senza informazione all’interno.

È l’informazione che si aggiunge nel bene quella che slega il prezzo dal costo. 

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Alla quantità materiale preferiamo la densità d’informazioni: prendiamo ad esempio le idee infuse nei beni italiani come i mobili, le auto, i profumi, che sono andati oltre la mera utilità. Sono quest’ultimi che portano più profitti, proprio perché ci sono tante informazioni che ispirano attrazione. 

Per questo usiamo da sempre la tecnologia come processo per combinare intelligenze, capitali e lavoro per produrre nuovi beni, che hanno più valore. I servizi cloud che potremmo sfruttare sono quelli che ricadono nella categoria dei “beni esperienza”: ossia non si può valutare la qualità in anticipo, solo dopo l’uso si può esprimere il grado di soddisfazione. I servizi basilari come IaaS (Infrastructure as a Service) sono sottoposti alla legge dell’economia di scala, pertanto lasciamoli fare a Google o Amazon. Concentriamoci invece su quelli SaaS (Software as a Service) che sono completi pacchetti applicativi già pronti per l’uso aziendale. Qui c’è molta informazione, quindi più intelligenza umana e ampi margini per differenziarci e crescere.

I clienti –e gli investitori- in tutto il mondo scelgono “il bene esperienza italiano” per la promessa della qualità del servizio, più che per le caratteristiche intrinseche del bene, del resto lo status symbol e la fedeltà al brand sono le facce di una stessa medaglia.

C’è tanta informazione oggi in ogni prodotto, anzi c’è più informazione che prodotto, se consideriamo la quantità necessaria per il marketing, la promozione e il supporto. L’informazione è molto costosa da produrre ma è molto facile da riprodurre grazie a Internet, la macchina replicatrice per eccellenza. Quest’ultima non ha sconvolto il mondo, sono i modelli di business a subire l’impatto della rete. Ciò sta provocando un processo di disruption, che non è equamente distribuito perché fa male solo a chi non è reattivo per raccogliere e sfruttare l’occasione.

In questi tempi che cambiano così velocemente, chi sono i maestri in flessibilità? Fare software per le piccole e medie imprese tocca a noi italiani: è la nostra specializzazione, vivendo in mezzo a più di 3 milioni d’imprese, che ci consente di esportare oltre ai prodotti anche i servizi software. Le strategie di nicchia, quelle rivolte all’interno della nazione, sono pericolose quando sono presenti forti esternalità di rete. Nel mercato dei beni digitali l’affermazione di un player determina il successo quasi completo in termini di quota di mercato, poiché la competizione nel mondo digitale è netta: o si domina o si è dominati; arrivare secondi vuol dire raccogliere solo briciole.

Pertanto non limitiamoci a consumare innovazioni che vengono dall’estero. In questo Paese privo di risorse materiali ma senz’altro dotato d’idee, abbiamo costruito su tutto: prima con la sola materia, poi con le informazioni. Ora occorre unire sempre meglio gli elementi più importanti: gli italiani. Noi possiamo ambire al vertice della catena del valore cui affidarsi.

Twitter @massimochi