Il bitcoin è l’oro digitale e sancirà la fine del contante. Parla Ametrano di Banca IMI

Il bitcoin torna periodicamente alla ribalta delle cronache, spesso in modo inquietante come per il presunto utilizzo, poi smentito, da parte dei terroristi islamici coinvolti nei recenti attentati parigini. Al tempo stesso banche ed istituzioni finanziarie sembrano estremamente interessate alla tecnologia sottostante bitcoin. Ne parliamo con Ferdinando Ametrano(*), di Banca IMI, gruppo Banca Intesa Sanpaolo.

Professor Ametrano, cosa è bitcoin?
Il bitcoin è una moneta privata non emessa da banca centrale né garantita da alcuna istituzione. È elettronicamente trasferibile in maniera praticamente istantanea utilizzando un protocollo di sicurezza crittografica. La sua peculiarità è di essere basata su un network completamente decentralizzato: le sue transazioni non necessitano di intermediari, non sono censurabili, non hanno limitazioni geografiche o di importo, sono possibili 24 ore al giorno tutti i giorni dell’anno e sono sostanzialmente gratuite.

Come fanno le transazioni ad essere sostanzialmente gratuite? Chi copre i costi del network bitcoin? Chi ne garantisce la sicurezza?
I nodi della rete Bitcoin che ne curano la sicurezza e sincronizzazione validando le transazioni sono chiamati minatori. I costi che sostengono nello svolgere questa attività sono remunerati con l’emissione di nuovi bitcoin. È la sostanziale socializzazione delle rendite di signoraggio (gli utili che si ricavano dal potere di battere moneta) a coprire i costi della rete.

Si parla sempre più spesso di blockchain, qual è la sua relazione con bitcoin?
Le transazioni bitcoin validate sono accorpate in blocchi. Ogni nuovo blocco di transazioni è trascritto in un registro, pubblico e distribuito, organizzato come una catena ordinata di blocchi. Questo registro pubblico distribuito viene chiamato per l’appunto blockchain, termine spesso utilizzato estensivamente per indicare l’insieme della tecnologia sottostante la moneta bitcoin. La tecnologia blockchain regola il trasferimento di proprietà di un “gettone digitale” a cui possono essere associati svariati beni e diritti nel mondo esterno: azioni, obbligazioni, immobili, auto, diritti di voto, ecc. Il gettone, senza il quale questa tecnologia non può esistere, acquista quindi intrinsecamente valore per la sua utilità nel mondo digitale.

La moneta bitcoin è proprio il gettone digitale della prima e più diffusa blockchain: dal punto di vista concettuale è quindi impossibile disaccoppiarli. È ovviamente possibile immaginare applicazioni tecnologiche in cui il gettone sia nascosto o abbia valore trascurabile rispetto al bene o diritto che rappresenta, evitando di chiamarlo bitcoin o utilizzando una diversa blockchain rispetto a quella bitcoin.

È vero che si vorrebbe proporre l’autore di bitcoin come candidato al Nobel per l’economia?
Il white paper che descrive il protocollo bitcoin è stato pubblicato nell’ottobre 2008 da Satoshi Nakamoto, un personaggio la cui vera identità non è mai stata accertata. Nakamoto ha rilasciato a gennaio 2009 il codice sorgente della prima implementazione del protocollo e si è poi gradualmente defilato, affidandone lo sviluppo ad altri. È scomparso definitivamente a metà 2010, quando ha smesso di rispondere a qualsiasi messaggio. Al momento attuale, anche per la scarsa comprensione e diffusione di bitcoin, la candidatura al Nobel è semplicemente una boutade.

Si parla spesso di anonimato nelle transazioni bitcoin. Perché?
Si dovrebbe più correttamente parlare di pseudonimato: la blockchain è infatti un registro pubblico e le transazioni avvengono in modo trasparente tra diversi indirizzi bitcoin, analoghi agli IBAN dei nostri conti correnti. Non c’è però modo di forzare l’identificazione della persona o organizzazione che gestisce l’indirizzo.

La mancanza di identificazione degli utenti e la non censurabilità delle transazioni sono gli aspetti che rendono bitcoin interessante per terroristi e criminali?
Sì, almeno in linea teorica, ma in pratica ad oggi l’interesse è limitato. Il comune buon senso suggerisce che la moneta di elezione per la criminalità resta sempre il dollaro statunitense, per l’accettazione globale che lo caratterizza.
Lo scorso ottobre il Tesoro inglese ha effettuato una valutazione dei punti di attenzione connessi a riciclaggio e finanziamento del terrorismo: a bitcoin è stato attribuito il più basso grado di rischio, preceduto da banche, servizi legali e contabili, beni immobili, gioco d’azzardo, contante, ecc. D’altronde sappiamo che i criminali utilizzano Internet, la telefonia cellulare ed i mezzi di trasporto: non possiamo certo demonizzare la tecnologia per questo. Anche nel caso del presunto utilizzo da parte dei terroristi islamici è facile essere scettici: la denuncia viene da un gruppo anonimo di hacker che non hanno indicato quale sarebbe l’indirizzo bitcoin utilizzato.
Certamente ci sono sfide sempre nuove ed è necessario attrezzarsi adeguatamente: gli investigatori hanno mostrato di saperlo fare, ad esempio smantellando Silk Road, il supermercato della droga nascosto nel dark web che utilizzava bitcoin come unico metodo di pagamento. Il punto sensibile oggi sono certamente le borse di scambio (exchange) dove avviene la compravendita di bitcoin con dollari ed euro: rappresentano il punto di contatto col sistema finanziario regolamentato, dove le consolidate prassi di sicurezza e controllo sulle valute tradizionali possono intercettare movimentazioni sospette.

Ovviamente è necessario regolare, controllare e perseguire gli utilizzi illegittimi di bitcoin, come di ogni altro strumento a nostra disposizione. Da questo punto di vista a che punto siamo?
I regolatori internazionali stanno seguendo il fenomeno bitcoin con grande attenzione. Il New York Department of Financial Services ha rilasciato lo scorso giugno la cosiddetta BitLicense, un primo quadro regolamentare elaborato in circa due anni di studio e consultazioni. Il sovraintendente del dipartimento ha dichiarato che il regolatore non deve, specialmente in questo momento di sviluppo iniziale, soffocare l’innovazione benefica di questa nuova tecnologia. Questa frase è stata sostanzialmente ripetuta nei mesi successivi dal presidente della Australian Securities and Investment Commission e dal Canada Standing Senate Committee on Banking, Trade and Commerce. Bank of England ha definito questa tecnologia promettente come sistema di pagamento.
La Banca Centrale Europea ha pubblicato due rapporti di studio. Se l’atteggiamento è ovunque di prudenza, in Europa prevale decisamente la cautela: l’Associazione Bancaria Europea ha invitato i regolatori nazionali a scoraggiare le banche dal comprare, vendere e detenere bitcoin, invito accolto dalla nostra Banca d’Italia.

Eppure le banche, le borse e le istituzioni finanziarie in genere, pur stando lontane dalla moneta bitcoin, sembrano straordinariamente interessate alla tecnologia blockchain.
Certamente! E per una ragione assolutamente cruciale. Le transazioni finanziarie sono a lungo reversibili (quelle con carta di credito fino a 3/6 mesi) ed anche quando sembrano istantanee sono in realtà regolate (clearing e settlement) con due o tre giorni di ritardo attraverso controparti centrali e camere di compensazione. Il sistema di regolamento è gravato di costi e balzelli significativi. In un mondo in cui l’informazione si trasferisce istantaneamente a costi praticamente nulli, l’eredità convoluta e stratificata di questi processi è inefficiente, costosa ed inadeguata. La validazione di una trasazione blockchain coincide invece col suo clearing e settlement, è finale e non reversibile, assomigliando per molti aspetti alla transazione in contanti. Quando si ricevono bitcoin si ha la certezza che chi li invia ne ha davvero possesso e che il trasferimento è immediatamente efficace ed irreversibile.

Come è definita la politica monetaria di bitcoin?
La validazione di un nuovo blocco di transazioni avviene in media ogni dieci minuti e richiede un significativo lavoro da parte dei minatori. Chi esibisce prova di questo lavoro (proof-of-work) è remunerato attualmente con venticinque bitcoin per blocco. Questa remunerazione si dimezza ogni quattro anni e si azzererà nel 2140, quando il sistema dovrà coprire i suoi costi con delle commissioni, oggi trascurabili. Questo schema di emissione definisce completamente la politica monetaria di bitcoin.

Possiamo quindi aspettarci la nascita di nuovi e più efficienti servizi finanziari e la ridefinizione degli esistenti su tecnologia blockchain?
E’ difficile in questa fase pionieristica individuare chiari punti di arrivo. I fondamentalisti di questa nuova tecnologia ritengono che il mondo finanziario tradizionale sarà spazzato via; a questi si contrappongono i conservatori radicali che ritengono la tecnologia sarà invece semplicemente inglobata ed adattata dalle attuali istituzioni finanziarie; come sempre la verità starà probabilmente nel mezzo. In ogni caso, a dispetto del generale entusiasmo o preoccupazione, non è ancora chiaro se e quali applicazioni ci saranno nel mondo finanziario tradizionale.
La tecnologia blockchain ha come scopo la non censurabilità delle transazioni garantita da un ecosistema intrinsecamente decentralizzato. La decentralizzazione è però intrinsecamente inefficiente in termini di scalabilità del numero di transazioni (circa 3 al secondo, contro le 60mila possibili nel circuito VISA centralizzato) ed impermeabile a processi di controllo e governo. Queste caratteristiche la rendono problematica per le istituzioni finanziarie ed i regolatori.

Eppure la tecnologia blockchain viene continuamente presentata come capace di risolvere molti dei problemi che affliggono il nostro sistema finanziario: costi, inefficienza, scarsa trasparenza, ecc.
Ho spesso l’impressione che si nasconda dietro l’etichetta innovazione blockchain il semplice tentativo di riformare processi obsoleti dal punto di vista organizzativo prima ancora che tecnologico. Molte delle soluzioni immaginifiche e futuribili che vengono proposte sono semplici mistificazioni, implementabili tramite database in maniera più efficiente ed economica rispetto a una blockchain. In generale la blockchain è utilizzabile per beni o servizi pubblici, che devono essere quindi governati in modo trasparente, decentralizzato e resistente alle manipolazioni.
Ad esempio il trasferimento di valore monetario tra diversi paesi e diverse valute: al posto dell’attuale ed obsoleto modello di business delle banche corrispondenti si potrebbe realizzare il trasferimento istantaneo di cambiali e “pagherò” (in inglese IOU, I Owe You) emessi e garantiti da gruppi bancari e regolati su un circuito che ne automatizzi la compensazione. Una simile offerta tecnologica è ad esempio portata avanti da Ripple, una delle soluzioni di registro pubblico distribuito alternative a bitcoin. È facile immaginare la costituzione di un consorzio di gruppi bancari che ne accolga l’idea, magari curandone una implementazione diversa.

È notizia recente che trenta tra le più importanti banche al mondo hanno aderito al consorzio R3CEV. L’obiettivo è rendere il registro pubblico distribuito utile nel mondo finanziario tradizionale, superandone i limiti di scalabilità. Intesa Sanpaolo aderirà?
Il tentativo che lei indica è certamente il più interessante, se non altro per la caratura dei partecipanti: anche noi stiamo valutando se aderire e in ogni caso sarà interessante seguirne i lavori. I limiti di performance dell’attuale tecnologia blockchain sono intrinseci all’eccezionale livello di sicurezza decentralizzata: possono essere mitigati o anche superati reintroducendo una centralizzazione del controllo, anche solo parziale. Lungo questo percorso di centralizzazione si potrebbe però scoprire che la tecnologia dei database ha in questo caso un vantaggio competitivo. In questi ultimi mesi il dibattito sui registri distribuiti ha visto la contrapposizione di quelli pubblici (senza controllo, come bitcoin) a quelli privati (controllati, come Ripple). È tutto da dimostrare se e quanto i registri privati distribuiti differiscano da semplici database replicati.

Quale potrà essere il ruolo della banca nell’ecosistema blockchain?
La stabilità del mercato finanziario ha bisogno di player autorevoli, capaci di fornire garanzie adeguate di affidabilità. Pur non impeccabili, le banche svolgono questo ruolo nella nostra economia. L’identificazione dei clienti (per anti-riciclaggio e lotta al finanziamento del terrorismo), l’attività di garanti e custodian, il ruolo nell’erogazione del credito, il market-making sui mercati finanziari: queste e molte altre attività vedono per ora una chiara leadership delle banche.
Non credo sia imminente nel mondo bancario l’ingresso dei giganti tecnologici, anche se è opportuno ricordare che Apple capitalizza circa quanto le prime 30 banche dell’eurozona. Ed in termine di disintermediazione potrebbe risultare più pericoloso un Davide con la fionda blockchain che non un Golia tecnologico. D’altronde la British Bank Association ha scritto che “le banche devono accettare di essere sempre più parte di un ecosistema ampio che i consumatori stessi stanno costruendo. Ebbene, il loro ruolo in questo ecosistema è lungi dall’essere sicuro”. Una lezione già sperimentata in altri ambiti da marchi leader come Kodak, Blackberry o BlockBuster.

Cosa sta facendo il gruppo Intesa Sanpaolo? Tra i grandi gruppi internazionali avete probabilmente il profilo pubblico più conservativo sull’argomento.
La nostra banca segue il fenomeno bitcoin almeno dal maggio 2014. Una task force di studio coordinata dal nostro Chief Economist, Gregorio De Felice, ha lavorato sei mesi coinvolgendo tutte le diverse funzioni della banca ed ha sintetizzato quali dovessero essere le linee guida per la strategia del gruppo. A luglio abbiamo risposto pubblicamente con una documentata analisi alla “Call for Evidence” della European Security Market Association. Certamente si tratta di un terreno dove è necessario muoversi con cautela: per questo stiamo valutando con molta selettività diverse iniziative. Confido che presto si avrà evidenza delle nostre scelte operative.

Per ora bitcoin non si è però davvero affermata come moneta per le transazioni commerciali, nemmeno online.
Questo perché bitcoin non è una buona moneta transazionale, ma principalmente un investimento speculativo. In ambito digitale bitcoin è più assimilabile all’oro che non ad una moneta, condividendo infatti con l’oro alcuni limiti severi nell’utilizzabilità come moneta. Una buona moneta dovrebbe avere tre caratteristiche: mezzo di scambio, conservazione dell’utilità, unità di conto. Bitcoin è imbattibile sui primi due aspetti: trasferibile istantaneamente, divisibile senza limiti, non falsificabile, non deperibile, con costo di preservazione praticamente nullo, può essere facilmente conservata ed utilizzata successivamente.
Le noti dolenti arrivano come unità di conto: la moneta è il bene di riferimento con cui misuriamo il valore relativo degli altri beni. In quanto unità di misura deve avere un valore stabile nel tempo. Il valore di ogni bene è però determinato dalla legge della domanda e dell’offerta: siccome l’offerta di bitcoin è deterministicamente fissata e completamente inelastica, ogni variazione della domanda si ripercuote in cambiamenti di valore. Il valore di bitcoin si è apprezzato da pochi centesimi di dollaro nel 2010 ai circa 300 dollari di oggi (toccando quasi, con una volatilità spaventosa, il livello di 1200 dollari nel 2013): quest’aspetto fa la gioia degli speculatori ma rende impossibile avere prezzi stabili in bitcoin, contrarre mutui, fissare stipendi o bloccare prezzi a termine.

Da molti anni si susseguono fughe in avanti e false partenze sui temi della moneta elettronica. Quindi anche bitcoin è destinato a fallire come moneta?
Non parlerei di fallimento: potrebbe rappresentare l’oro digitale utilizzabile come asset di riserva da una prossima generazione di criptovalute con politica monetaria elastica, quelle che io chiamo “Hayek Money”. L’oro è stato adottato senza pianificazione centralizzata da tutte le civilizzazioni nel mondo, per la sua peculiarità (non arrugginisce ed è raro) ed utilità (gioielli ed ornamenti). L’adozione di bitcoin si sta diffondendo in modo simile in ambito digitale, senza pianificazione centralizzata, per la sua peculiarità (disponibile in quantità limitata non manipolabile) ed utilità (gettone trasferibile non duplicabile). Le possibilità che si stanno aprendo nella storia della moneta sono straordinarie.

Cosa intende esattamente?
La moneta è uno strumento di relazione sociale su cui si fonda l’economia di scambio. È uno strumento ideato dall’umanità per cooperare con coloro che sono al di fuori dell’economia del dono, caratteristica del nucleo familiare e delle relazioni più strette. Storicamente l’oro si è affermato autonomamente come standard monetario: il conio della moneta da parte di Cesare ne confermava all’inizio solo purezza e quantità. L’oro è stato progressivamente rimpiazzato dalle banconote, all’inizio intese come certificati convertibili in oro, garantiti prima da privati ed in seguito da re, governi e banche centrali.
Progressivamente l’oro è stato ridimensionato come strumento di politica monetaria, per gli stretti vincoli che imponeva alla stessa: oggi utilizziamo fiat money (fiat nel senso latino di “fiat lux et lux fuit”), moneta senza valore intrinseco la cui accettabilità è basata su un contratto sociale che ne determina il corso legale. Tutte le democrazie ed economie evolute hanno delegato il governo della moneta e la sua stabilità alla discrezionalità di banche centrali indipendenti, per evitare gli abusi che i governi potrebbero farne.
La tecnologia blockchain è invece in controtendenza: per la prima volta dopo millenni sembra mostrare che la moneta è di nuovo utilizzabile senza che Cesare ne abbia monopolio o supervisione.

Vengono spesso descritti utilizzi non strettamente finanziari della blockchain: registro pubblico automobilistico, catasto, certificazione dell’identità digitale, servizi notarili. Qual è la sua opinione al proposito?
Con la blockchain abbiamo per la prima volta in ambito digitale un gettone trasferibile ma non duplicabile. Questa invenzione apre scenari nuovi e finora inimmaginabili: ho grandissima curiosità ed interesse per le diverse proposte e cerco di sostenerne lo sviluppo anche attraverso la partecipazione ad AssoB.it, l’associazione italiana per la promozione della tecnologia blockchain. Devo però confessare che vedo per ora nella moneta bitcoin la vera killer app di questa tecnologia, un po’ come la posta elettronica a inizio anni ’90 lo è stata per internet. Nel tempo nasceranno certamente business e servizi oggi difficili da prevedere, come lo erano allora Google, Amazon o Facebook. Personalmente non li ho però ancora individuati.
In un contesto di crescente richiesta per competenze blockchain drammaticamente scarse, dispiace che le università italiane non siano state finora più ricettive. Qualcosa per fortuna si muove a livello di iniziativa privata con il centro di ricerca FintechLab/BlockchainLab di Milano.

Quale potrebbe essere “the next big thing” in ambito blockchain/bitcoin?
La digitalizzazione del contante, a mio avviso urgente ed inevitabile. Il vantaggio di bitcoin rispetto al contante è la sua tracciabilità, trasparenza transazionale e non falsificabilità. La blockchain potrebbe essere per i sistemi di pagamento quello che è stata Internet per le comunicazioni e le informazioni.

Twitter @massimochi

(*) F. Ametrano è uno dei massimi esperti italiani nel settore delle monete spesso definite virtuali, matematiche o crittografiche: professore all’Università Milano Bicocca è anche membro dell’organo di controllo di AssoB.it (associazione italiana per la promozione della tecnologia Blockchain), del Comitato Scientifico di BlockchainLab e dell’Advisory Board di CashlessWay.


Originally published at www.econopoly.ilsole24ore.com on November 24, 2015.